DJIBOUTI, Un mucchio di utilissime cartacce

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Pacchetto postale in Italia: apro la cassetta delle lettere, trovo l’avviso che è arrivato ciò che aspettavo, vado in posta, faccio la fila, consegno l’avviso, firmo, ritiro il pacchetto e torno a casa felice.
Container su nave a Gibuti: il transitario (colui che ho incaricato di prendere il container dal porto, metterlo su camion e portarlo dove dico io) mi avvisa al telefono che la nave è in porto, vado in dogana, faccio la fila, consegno l’avviso, firmo, mi metto il container sotto braccio e vado a casa felice. No, non funziona proprio così.
Vediamo un po’.

Giorno zero
La nave è in porto, vuol dire solo che la nave è arrivata davanti al porto. C’è già da essere felici: non è in ritardo, non è naufragata né è stata abbordata e catturata dai pirati del Mar Rosso. Davanti al porto non è ancora in porto: il nostro cargo è ancora in rada al largo, ha calato l’àncora e aspetta il suo turno dopo gli altri numerosi cargo arrivati prima. Un giorno, due, forse tre o anche quattro passano così, fermi all’àncora.

Giorno 1
Con un po’ di fortuna mi telefonano dagli uffici del corriere espresso. Mi avvisano dell’arrivo dei documenti che la compagnia marittima del mio cargo mi ha spedito dall’Italia; questi documenti certificano che il container è mio.

Giorno 2
Mi reco presso la sede del corriere, nella zona portuale, (devo andare io, non consegnano a casa), entro in ufficio dove la temperatura del condizionatore segna appena 18 gradi contro i 31 esterni, mi raffreddo in fila, firmo e ritiro il mio plico. Il transitario, però, non può ancora ritirare il container, sia perché la nave è sempre in rada ad arrugginire sotto al sole, sia perché non ci sono ancora le autorizzazioni per uscire dalla dogana. Le autorizzazioni? Ma il container è “mio”! Sì, ma non sei a casa tua. La prassi, ovunque nel mondo, prevede che tu chieda l’autorizzazione al Paese dove arriva il “tuo” container. Come si fa? Il Consolato d’Italia presente a Gibuti, in questi casi, ci dà sempre una mano preziosa con la richiesta, certificando che il contenuto del container è materiale umanitario.

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Giorno 3
Vado al Consolato, mostro i documenti del container e in dieci minuti, a temperatura umana, ho la loro lettera. Allego questa certificazione alla richiesta di sdoganamento e vado al Ministero degli Affari Esteri di Gibuti; anzi no, è giovedì, prefestivo, e il Ministero è chiuso oggi e domani.

Giorno 5
Vado al Ministero Affari Esteri, condizionatore a 16 gradi, mi congelo in fila e consegno all’Ufficio Protocollo la richiesta. Nel frattempo il cargo è attraccato in banchina.

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Giorno 7
Torno al Ministero Affari Esteri, mi surgelo in fila, ma recupero la richiesta con la loro autorizzazione positiva. Faccio a tempo ad andare al Ministero del Budget perché mi serve anche la loro autorizzazione. Entro, condizionatore a 15 gradi, mi iberno in fila e consegno la richiesta.

Giorno 9
Torno al Ministero del Budget, faccio la fila con alcuni rari pinguini del Corno d’Africa, ma recupero finalmente anche l’ultima autorizzazione positiva. Ora si tratta solo d’aspettare che la dogana mi chiami per la normale ispezione del contenuto del container, prima della consegna definitiva.

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Giorno 10
La dogana non ha chiamato, ma intanto il container è stato portato dalla nave al magazzino del transitario.

Giorno 11
La dogana non ha chiamato, ma due giorni è normale…

Giorno 12
La dogana non ha chiamato, ma è ancora normale, ci sono migliaia di container…

Giorno… va beh, smetto di contare che è meglio.
Semplicemente aspetto che passino i giorni e, intanto, continuo a lavorare ad altro qui in ospedale.
Tanto lo so: appena smetto di contare i giorni, la dogana chiama.

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2 pensieri riguardo “DJIBOUTI, Un mucchio di utilissime cartacce

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