TOKYO, Lungo i binari del tram
I bambini che giocano per strada, con le mamme che intanto ne approfittano per fare due chiacchiere.
Le ragazzine con la bici, ferme al passaggio a livello.
Un tempietto rosso con le volpi, messaggere della divinità Inari, che spunta dove non te lo aspetti, in un cortile dissestato.
Stradine di case basse, vecchi negozi con la merce in vetrina coperta da un sottile strato di polvere, ideogrammi su insegne di stoffa logora fuori da locali che certamente non avranno un «English menu» per il turista.
Il quartiere della stazione di Minowabashi sembra appartenere a un’altra dimensione, a un’altra città, a un’altra epoca.
Da lì parte l’unico tratto rimasto di una vecchia linea tramviaria pubblica.
Non è il treno che vomita masse di impiegati in completo grigio al mattino, né quello con gli anonimi passeggeri dallo sguardo alienato di fronte allo smartphone, né la metropolitana per chi ha fretta di attraversare la città.
Questo è il tram lento delle vecchiette con le borse della spesa, della mamma che è andata a prendere il bambino all’asilo, delle studentesse in divisa che ridono coprendosi la bocca con la mano, della ragazza con la sciarpa gialla che in piedi legge un romanzo.
La gente sale e saluta il conducente. Magari incontra per caso un vicino di casa e scambia due parole sui primi freddi dell’autunno. Samui desu ne! [Fa freddo, non è vero? NdR]
Ci è voluta un’ora per compiere l’intera tratta, sui binari che a volte sfiorano le case, altre passano attraverso file di alberi di ciliegio (che spettacolo dev’essere, in primavera). A un certo punto ho ceduto il posto a un’anziana signora che, prima di scendere, mi ha ringraziato ancora e ancora. E guardando dal finestrino ho visto una Tokyo che non ha fretta, che sembra portare avanti senza saperlo una resistenza pacifica e anacronistica.
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